Un po’ di storia
Per comprendere che cosa sia la “Resinatura dei materiali lapidei”, è bene camminare a ritroso nel tempo fino al periodo storico nel quale questo trattamento fu sviluppato. Spostiamoci idealmente nell’Europa della seconda metà del XX secolo, quando la repentina crescita economica generò un aumento esponenziale della domanda per ogni genere di marmo, granito, breccia, travertino, limestone e onice; cosicché le cave furono sottoposte ad uno sfruttamento tanto intensivo da rendere impraticabile una qualsiasi selezione qualitativa dei blocchi estratti. In conseguenza di un simile stato di cose, le aziende dedite alla produzione di lastre ed elementi tagliati a misura, si vedevano puntualmente recapitare materie prime difettose, e cioè troppo friabili per essere trasformate in oggetti cui potesse essere riconosciuto un certo valore commerciale. Se solo fosse stato possibile riassestare quell’immensa mole di lastre fratturate la sempre più pressante richiesta di mercato avrebbe potuto essere soddisfatta. E tuttavia la situazione sembrava senza via d’uscita, come se gli imprenditori avessero dovuto rassegnarsi a patire perdite pari o peggio superiori alle entrate.

Fu il progresso dell’industria chimica a venire in soccorso ai marmisti, giacché le proprietà delle nuove resine artificiali si dimostrarono funzionali alla riparazione delle lastre rotte e al rinforzo di quelle delicate. Alcuni esperti compresero che un foglio di rete in fibra vetrosa, fissato al retro delle lastre mediante la posa di un tot di resina, permetteva di risanare i materiali fratturati e di consolidare quelli soggetti a patire cedimenti strutturali. In aggiunta, le resine sintetiche rappresentavano uno strumento eccellente per restaurare la superficie delle lastre compromesse da crepe, buchi e incrinature.

Nonostante gli esiti incoraggianti dei test condotti in laboratorio, il trattamento dei lapidei a base di resine artificiali era ben lungi dall’industrializzato, a causa di una miriade di inconvenienti che rendevano ardua la riproduzione su vasta scala dei metodi messi a punto. Ad esempio, i composti dovevano necessariamente essere versati in quantità sufficiente su lastre bene asciutte e pulite; e subito esposti ad alte temperature, affinché il loro indurimento non si protraesse oltremisura. Serviva quindi un complesso di macchinari dedicati, i cui componenti più importanti avrebbero dovuto essere forni intesi a disidratare i materiali e ad accelerare la solidificazione delle resine.

Partendo dall’osservazione che quanti tentarono di adattare allo scopo i forni adoperati per le lavorazioni della ceramica e del legno collezionarono sonori fallimenti, S.E.I. scese in campo proponendo una serie di “tunnel” studiati all’uopo, ovvero dei forni orizzontali concepiti per asciugare le lastre e per velocizzare la polimerizzazione delle resine. Sebbene semplici, quei tunnel rivestirono un ruolo di notevole importanza, poiché costituirono le fondamenta sulle quali l’ufficio tecnico di S.E.I. costruì il suo avvenire.

Difatti, fu proprio grazie alle esperienze maturate utilizzando i forni orizzontali che l’azienda Carrarese riuscì ad ideare un vero impianto, ossia una linea di produzione a ciclo chiuso disegnata in modo che le lastre, trasportate da vassoi d’acciaio, attraversassero una sequenza di stazioni presso cui venivano asciugate, ricoperte di resina epossidica ed investite da flussi d’aria calda volti a far condensare lo strato di resina nel giro di un paio d’ore.

Il rivoluzionario impianto, inaugurato nel 1991 e definito “Linea di Resinatura”, consentiva di ottenere dieci lastre “retinate” o “resinate” in un’ora. Una prestazione così eccezionale per l’epoca non poté che catalizzare l’interesse degli addetti ai lavori e, com’era logico aspettarsi, attrarre i desideri di molti imprenditori, che diedero mandato a S.E.I. di fabbricare un impianto simile a quello già installato e, possibilmente, più grande e veloce.