FAQ – le risposte alle domande più frequenti
Preferendo di gran lunga la pratica alla teoria, ci pare giusto fornire qualche esempio tratto dall’esperienza sul campo, scegliendo alcune domande tra quelle che, più di frequente, sono poste da chi ci accoglie presso il suo stabilimento.

“E’ davvero fondamentale essiccare i materiali prima del trattamento? Se è così, come faccio ad asciugare le lastre?”
Assolutamente si! Se i materiali da retinare o da resinare non vengono asciugati è impossibile portare a termine il trattamento con successo. Per riuscire a disidratare le lastre, bisogna gestire correttamente tre fattori, e cioè il tempo, la ventilazione e la temperatura. Parliamo di “gestire” questi fattori, perché i loro valori devono variare secondo le peculiarità della pietra lavorata. Ci sono lapidei che tendono a ritenere l’umidità con insistenza, quali i travertini, i traveronici, i graniti esotici Brasiliani o, ancora, il marmo “Marron Emperador”. Chi lavora simili materiali, deve lasciare che le lastre riposino a lungo nel forno d’essiccazione (fino a novanta minuti), e sincerarsi che siano esposte a un’intensa ventilazione e ad una temperatura piuttosto alta. Altri materiali, come gli onici, possono essere seriamente danneggiati dal calore; e pertanto chi si cimenta nella Retinatura e nella Resinatura di queste rocce, siano esse silicee o calcaree, dovrà badar bene a non scaldarle troppo. Quanti lavorano graniti “ordinari” non incontreranno particolari difficoltà in fase di asciugatura, e potranno posare la resina su lastre che hanno stazionato nell’essiccatore per poco più di mezz’ora a circa quarantacinque gradi centigradi.

“Posso usare resina di qualità mediocre per retinare le lastre? In fin dei conti il loro retro non si vedrà dopo l’installazione.”
“Risparmiare” sulla retinatura, specie qualora si lavorino materiali delicati, è un errore gravissimo e purtroppo diffuso. Infatti, al contrario di quanto pensano in molti, la robustezza delle lastre dipende dalla debita apposizione della rete in fibra vetrosa, e solo in parte dalla resinatura della superficie. Suggeriamo quindi di utilizzare resine e fibre di vetro d’alta qualità, fermo restando che non c’è bisogno di ricorrere a costosissime resine esenti da ingiallimento, salvo non capiti di trattare onici che, essendo semitrasparenti, potrebbero essere sviliti dal cromatismo del composto steso sul loro rovescio.

“E’ vero che dovrei sempre levigare la superficie delle lastre prima di resinarla?”
Per tanti neofiti questo è un vero dilemma. Tra l’altro notiamo come molte persone credano erroneamente che i termini “levigatura” e “calibratura” siano sinonimi, quantunque essi designino operazioni che, seppur simili, hanno fini diversi. Pur consci di non poter esaurire l’argomento in poche battute, a causa della sua oggettiva vastità, possiamo provare a fornire una sorta di prontuario. Iniziamo dicendo che, in linea di massima, tutti i graniti dovrebbero essere levigati prima di essere resinati, vuoi per la loro conformazione, vuoi perché i telai (sia quelli “tradizionali”, sia quelli a filo) nel tagliare la roccia lasciano superfici piuttosto irregolari, che è bene sgrossare prima di proseguire nella lavorazione. Inoltre, quando si presume che le lastre di granito saranno utilizzate per realizzare superfici il cui perfetto livellamento è un requisito prioritario (ad esempio piani da cucina), occorre sottoporle ad un’accurata opera di calibratura. Chi trasforma marmi e dispone di telai diamantati efficienti, può evitare la levigatura, a meno che non si trovi a processare un materiale compromesso da difetti che, senza un’operazione di smussatura, sarebbe arduo saturare di resina. Per produrre lastre di travertino “riempite”, è indispensabile far precedere una manovra di spianatura alla posa del mastice o della resina. I marmisti più abili, capaci di recuperare lapidei di lusso deteriorati, quali marmi colorati, brecce, traveronici e onici, usano impegnarsi in complicate operazioni di ricostruzione, levigare le superfici restaurate, e poi trattarle con resine arricchite di pigmenti.

“A quale produttore di resina dovrei appoggiarmi?”
Per motivi deontologici non “sponsorizziamo” mai un produttore di resina a discapito degli altri. Ogni cliente riceve però spiegazioni molto dettagliate sulle proprietà che una resina deve possedere affinché possa rivelarsi adeguata a valorizzare il materiale che si prevede sarà trattato con cadenza regolare.

“Quanta resina devo applicare su ogni lastra?”
L’unica risposta intelligente è “dipende”. Infatti, la quantità di resina necessaria a trasformare una lastra in un oggetto forte e di bell’aspetto va decisa in funzione del tipo di materiale lavorato e delle condizioni meccaniche della lastra stessa. Per giunta, le resine in commercio hanno “rese” molto diverse, tant’è vero che lastre molto simili possono essere risanate perfettamente con seicento grammi di una data resina, mentre se trattate con ottocento grammi di un altro prodotto non brilleranno per uniformità. Onde non commettere errori, è essenziale suddividere la posa della resina in varie passate, separate da intervalli che dovranno essere tanto più lunghi quanto più sarà elevato l’assorbimento del materiale. Così facendo, gli operatori potranno individuare le aree nelle quali permangono cavità aperte, ed aggiungere resina sino a saturarle.

“La camera sottovuoto mi serve veramente?”
In proposito abbondano i pareri discordanti. Si va da posizioni secondo cui trattare le lastre sottovuoto è importantissimo ad altre per le quali l’incidenza di questa tecnica è trascurabile al punto che se ne può tranquillamente fare a meno. Pur rispettando le opinioni altrui, noi siamo sicuri che, in alcuni frangenti, disporre di una Camera del Vuoto progettata secondo certi criteri possa fare la differenza, consentendo di produrre lastre di qualità superiore alla media. In generale, crediamo che la tecnologia sottovuoto si presti a favorire la penetrazione della resina all’interno di quelle crepature più anguste ed orientate diagonalmente che sono comuni a molti marmi, specie ai beige e ai crema. Anche gli specialisti nella lavorazione del granito traggono giovamento dall’impiego di un’efficiente Camera del Vuoto, al fine di eliminare l’annoso problema costituito dalle “micro rotture” che guastano l’immagine delle lastre e ne riducono il valore commerciale. Non dubitiamo comunque che sia possibile eguagliare i più severi standard qualitativi pur senza impregnare le lastre sottovuoto; e difatti intratteniamo rapporti di amicizia e collaborazione con grandissimi maestri resinatori che, sebbene sprovvisti di dispositivi sottovuoto, trasformano i materiali più problematici in prodotti finiti che rasentano la perfezione. E tuttavia, come non notare che questi professionisti utilizzano resine di primissima scelta arricchite di pigmenti; e che non lesinano sui costi di produzione dipesi sia dalla generosa applicazione delle resine stesse, sia dalle decine di minuti dedicati al risanamento di una singola lastra? E come non chiederci quanti altri operatori sappiano e, soprattutto, vogliano fare altrettanto?

“Posso recuperare le lastre che sono andate in frantumi?”
L’assunto di base della Resinatura dei materiali lapidei è che qualsiasi lastra, a prescindere dall’entità dei difetti, possa essere convertita in un manufatto di pregio. Innegabilmente, restaurare lastre spezzate o attraversate da buchi ampi più di un palmo, è prerogativa di un numero ristretto di specialisti che, oltre a vantare una pluridecennale esperienza, sono mossi da genuina passione per il loro lavoro. Da sempre, ci sforziamo di spiegare ai nostri clienti che, se la loro volontà di imparare è sincera, sarà solo questione di tempo prima che maturino le abilità e le conoscenze necessarie a “ricostruire” materiali come il Portoro, il Giallo Siena o gli onici. Sia chiaro che l’effettuazione di queste lavorazioni su base continua è possibile a patto di realizzare un vero e proprio reparto di riparazione e restauro nello stabilimento, un settore completo di tutta una serie di apparecchiature in assenza delle quali perfino il più valente tra i resinatori può ben poco.

“Quanto impiega la resina a solidificare?”
Al giorno d’oggi, i produttori di resine offrono centinaia di composti. Questo assortimento è dovuto all’incessante ricerca volta a sintetizzare prodotti adatti a risolvere un problema specifico, ad eccellere nella lavorazione di una determinata famiglia di materiali o a snellire e velocizzare il processo produttivo. Ciascuna resina deve essere portata a indurire nel pieno rispetto delle istruzioni fornite dal fabbricante, ed applicata in ambiti che si confanno agli scopi per i quali è stata concepita. E così, chi si troverà a “riempire in trasparenza” lastre di travertino, dovrà usare uno dei nuovi sistemi epossidici ad alta viscosità che, a quaranta gradi centigradi, condensano in poco più di un’ora. Chi invece vorrà resinare onici bianchi, adopererà una resina a bassa viscosità e a “ingiallimento zero”, lasciando i materiali nel forno per diverse ore a circa trenta gradi. Gli interessati a ravvivare il blu di talune labradoriti, potranno servirsi di una resina il cui rassodamento richiede un paio d’ore a quarantacinque gradi centigradi o, se ambiranno a raggiungere risultati ancora migliori, sceglieranno una miscela la cui mirabile capacità d’impregnamento può essere sfruttata a condizione che le lastre giacciano nel forno per almeno quattro ore.

“Posso lucidare le mie lastre non appena escono dal forno nel quale la resina è indurita?”
Negli ultimi anni, i tentativi di mettere a punto tecnologie che permettano di “resinare e lucidare in linea” si sono moltiplicati. Ecco perché si fa un gran parlare di forni a radiofrequenza che accelerano l’indurimento delle resine epossidiche al punto che esse solidifichino in pochi minuti e possano immediatamente resistere all’azione delle macchine lucidatrici. A onor del vero, è improprio parlare di “novità”, giacché il titolare e fondatore di S.E.I. ottenne un brevetto per un impianto equipaggiato con un forno a microonde già negli anni ‘90. Ci si chiederà allora perché mai S.E.I. non abbia reclamizzato questa tecnologia. E’ una questione di punti di vista o, meglio ancora, di cosa ci si aspetti dal trattamento di Resinatura. A nostro modo di vedere, è insensato processare lapidei pregiati privilegiando la celerità a discapito della qualità. Per capire cosa intendiamo, è sufficiente controllare a quali temperature questi forni operino (da sessanta a ottanta gradi centigradi) e immaginare le nefaste conseguenze cui si andrebbe incontro esponendo la maggior parte dei marmi e la totalità degli onici ad un calore così smisurato. Inoltre, le resine compatibili con dispositivi del genere tendono ad ingiallire marcatamente, cosicché i materiali di colore chiaro sono esclusi dalla lavorazione; come pure restano fuori dai giochi quelli compromessi da rotture profonde, che non possono certo essere riempite e risanate nell’arco della manciata di minuti che separa l’ingresso delle lastre nel forno, dalla loro uscita, momento che si vuol far coincidere con l’avvio della lucidatura finale. Insomma, traendo le debite conclusioni, non ci pare valga la pena di investire su un impianto il cui campo d’applicazione è circoscritto a un gruppo limitato di lapidei che, essendo compatti allo stato naturale, abbisognano meri interventi di abbellimento anziché operazioni di restauro e rinforzo. D’altro canto, compendiamo che l’idea di resinare e lucidare le lastre senza soluzione di continuità colpisca l’immaginario degli imprenditori che lavorano ingenti quantitativi di graniti e marmi che, se rivestiti con uno strato di resina a rapido indurimento, potrebbero essere processati in linea. Per questo motivo, la nostra gamma di Linee di Resinatura include modelli compatibili con tutte le resine esistenti, e cioè in grado sia di ricevere le lastre da macchine levigatrici per poi convogliarle a quelle lucidatrici, sia di operare in maniera indipendente, di modo che i materiali di lusso siano impregnati con resine lente e lasciati stagionare prima di essere lucidati.