6 Editoriale - Su quali basi decidere se retinare le lastre o meno[1]

Editoriale – Su quali basi decidere se retinare o meno le proprie lastre?

Chiunque abbia una minima familiarità con il processo di restauro, rinforzo e abbellimento dei lapidei, conosce la distinzione tra materiali che, una volta trasformati in lastre, devono essere prima retinati e poi resinati, e materiali che, invece, è sufficiente resinare.

Nell’immaginario dei più, le lastre da retinare sono quelle rotte o comunque tendenti a spezzarsi, mentre far succedere un intervento di consolidamento alla segagione di un blocco strutturalmente sano è superfluo. Una simile classificazione è corretta solo in parte poiché, all’atto pratico, la questione della retinatura si dimostra talmente complessa che ridurla alle due rigide equazioni “lastre fessurate = necessità di retinare” e “assenza di squarci = nessun bisogno di retinare”, rappresenta un’imperdonabile leggerezza.

Esistono senz’altro materiali così compatti allo stato naturale da non necessitare il benché minimo rinforzo. Ciò nonostante, onde evitare di incorrere in errori marchiani, prima di sentenziare che “non serve retinare i lapidei compatti”, sarebbe bene chiarire quale significato si dia al termine compattezza.

Parecchi fabbricanti di macchine seguono ottusamente schemi di pensiero che in realtà non hanno senso e, ancora peggio, tentano di convincere i produttori di lastre a fare altrettanto. Per capire a cosa ci riferiamo, vi basterà scorrere alcuni cataloghi, blog e siti tra le cui pagine troverete spiegazioni che vogliono la retinatura dedicata a “lastre molto fratturate, in particolare se di marmo”, o che la definiscono una “eventualità”.

Chi scrive tali inesattezze dimostra di ignorare un punto fondamentale, ossia che l’assenza di rotture ampie e profonde non garantisce per nulla che le lastre siano immuni dal rischio di patire cedimenti. E’ pertanto sbagliato credere che un materiale privo di crepe macroscopiche non debba essere retinato.

Molti marmi e limestone, e anche qualche granito, sono attraversati da fessure che, quantunque finissime, possono estendersi e causare lo sfaldamento delle lastre. Sicuramente, la degenerazione delle falle sottili richiede tempo, ma questo non è certo un buon motivo per far finta di niente, giacché il processo produttivo non termina con la lucidatura, ma comprende lo spostamento delle lastre presso laboratori specializzati e, quindi, la loro trasformazione in elementi destinati ad opere di pavimentazione, rivestimento e decorazione. Almeno nella maggioranza dei casi, il trasferimento delle lastre dai reparti di lucidatura ai laboratori, è lungi dall’essere immediato, e anzi si articola in un’interminabile sequenza di passaggi costituita dall’imballaggio, dal carico dei pacchetti su rimorchi o contenitori, dal trasporto (che può durare settimane), dallo scarico dei camion o dei container e dallo stoccaggio in piazzali o magazzini. Le lastre ricevute dai distributori devono addirittura affrontare un secondo viaggio in direzione dei laboratori, strette con catene o brache a cavalletti d’acciaio fissati al cassone di furgoni aperti. Anche durante le fasi di taglio a misura e finitura le lastre sono sottoposte a complesse movimentazioni, dovendo essere prelevate dalla zona di deposito, convogliate all’area di lavoro, e infine caricate sui tavoli di lavoro di frese a ponte, contornatrici o waterjet. In sintesi, dopo la lucidatura, le lastre sono esposte a sollecitazioni meccaniche (vibrazioni e scosse), che causano un netto peggioramento delle screpolature, cosicché difetti in apparenza trascurabili, divengono fonte di seri guai.

E allora? In generale, i lapidei che, in una maniera o nell’altra, sono soggetti ad incrinarsi, dovrebbero essere retinati. A chi obietta che la retinatura implica un costo di produzione aggiuntivo, rispondiamo che esso sarà sempre inferiore alla perdita economica cui si va incontro se le lastre si rompono. Si faccia attenzione però: non stiamo sostenendo che tutti i materiali che presentano piccole fratture debbano essere sistematicamente retinati. In effetti, se la lucidatura, il taglio a misura e la finitura hanno luogo nello stesso stabilimento, le fessure di minima entità non dovrebbero costituire un problema; oppure, se un marmo reca sì difetti che a lungo andare potrebbero creare problemi, ma il suo valore di mercato è basso, non si può dar torto a quanti manchino di retinarlo, a patto che raccomandino ai lavoratori di agire con cautela nello spostare il materiale, e mettere in preventivo la possibilità che qualche lastra ceda.

Se conosciuta in anticipo, anche la destinazione d’uso delle lastre ha un suo peso nella scelta tra retinarle o no, essendoci circostanze nelle quali il ricorso a materiali retinati è da preferire, e altre in cui la fibra di vetro reca disturbo ai posatori o, più semplicemente, è antiestetica. In proposito, un argomento che meriterebbe di essere sviscerato, è quello riguardante le frequenti lamentele degli installatori sull’incompatibilità tra rete di rinforzo e colle per il fissaggio dei lapidei. La questione può essere risolta adottando una serie di espedienti che, beninteso, richiedono una discreta manualità.

Altri fattori da considerare sono lo spessore e le dimensioni delle lastre. È lampante che lastre lunghe, strette e sottili (ad esempio, 3200 mm X 1000 mm X 20 mm), possano rompersi più facilmente di altre meno ingombranti e più spesse.