10 Editoriale - L'incompleto riempimento delle rotture durante il processo di resinatura

Editoriale – L’incompleto riempimento delle rotture durante il processo di resinatura.

Non è per nulla raro imbattersi in produttori di lastre che, a onta dei cospicui investimenti sostenuti per acquistare impianti all’avanguardia e per adoperare resine di prima scelta, lamentano il solo parziale o peggio mancato riempimento delle rotture. Il problema si manifesta sotto forma di cavità interne agli spessori, o di depressioni (rientranze) sulla superficie del materiale o, ancora, di squarci passanti. Analizziamo ciascun caso, illustrando cosa comporta e perché ha luogo.

E’ risaputo che lastre in apparenza sane possono celare fessure nelle quali la resina non è entrata. Dinanzi a simili evenienze, i laboratori che fabbricano portali di camini, vanity, tavoli, piani da cucina, scalini, davanzali, zoccolini, boiserie e via dicendo, si vedono costretti a sospendere i lavori di taglio, sagomatura e finitura, stante che l’ostinarsi a proseguire significherebbe andar incontro a sgretolamenti o, nella migliore delle ipotesi, scheggiature. Di solito, sono le fessure profonde e anguste a restar vuote, specie quelle che, affondando nel materiale, si restringono. Il riempimento di questi difetti è ostacolato da uno dei fattori che elenchiamo qui sotto, o più spesso, da una loro combinazione (è interessante notare come la concomitanza dei punti 4, 5 e 6 ricorra di frequente).
1) La superficie delle lastre non viene levigata.
2) Le lastre non sono asciugate appieno prima che la resina sia posata.
3) La superficie delle lastre non viene pulita un attimo prima di essere resinata.
4) La resina impiegata è troppo densa.
5) La resina impiegata si rapprende troppo velocemente.
6) La temperatura del forno di catalisi dell’impianto di resinatura è eccessiva.

Benché i colori, lo sfondo e la grana di un blocco possano essere pregevoli, è un’utopia vendere a “prezzo pieno” le lastre ottenute trasformandolo se le facce lucidate a specchio recano infossature. Le aziende che sogliono resinare i propri materiali sono generalmente messe in crisi dalla presenza di buchi profondi per una o più tra le seguenti ragioni:
1) La quantità di resina posata su ogni lastra è insufficiente.
2) La resina viene applicata senza la dovuta attenzione.
3) Gli addetti mancano di esercitare il “ritocco”.
4) Gli operatori eseguono il ritocco in modo approssimativo o scorretto.
5) E’ necessario effettuare vari interventi di ritocco e non uno soltanto.
6) L’arco di tempo intercorso tra la posa del primo strato di resina e l’ultimo ritocco è troppo breve.
7) La resina utilizzata è troppo fluida.
8) L’opera di riempimento dovrebbe contemplare l’uso di polveri e graniglie (tratte sminuzzando residui del materiale lavorato) oltre che di resina.
9) L’opera di riempimento dovrebbe essere suddivisa in due lavorazioni separate da un intervento di levigatura.
Cogliamo l’occasione per far notare che, purtroppo, nell’ultimo decennio si è diffusa la pessima abitudine di riempire i buchi con “gel epossidici” colorati. Ai marmisti poco esperti questa pratica piace, dacché stuccare buchi con una sostanza colloidale non richiede destrezza. Tuttavia, gli inserti di gel epossidico (o di gel e resina applicati in rapida successione), appaiono, a dir poco, inguardabili e, per di più, lasciano talmente a desiderare in termini di durevolezza che a qualche mese di distanza dall’installazione degli elementi tagliati a misura possono prendere a distaccarsi. La questione è che i gel epossidici non sono stati creati per restaurare e abbellire superfici rovinate, come spiegato nell’editoriale “Accorgimenti utili ma spesso sottovalutati da adottare nella resinatura del marmo”, e pertanto è l’uso improprio di questi impasti a svilire l’aspetto dei materiali, e non i gel di per sé.

Quanti lavorano onici, marmi colorati e brecciati su scala industriale si chiedono come riaccomodare lastre cui, letteralmente, “mancano pezzi”. Durante i nostri viaggi intorno al mondo, abbiamo assistito ai più diversi, talora goffi, tentativi di riempire gli squarci (che vanno dal massiccio impiego di gel epossidici, alla preparazione di strane mescolanze di gel, resina e schegge di materiale), riscontrando come, in media, i risultati colti siano oggettivamente pessimi. Meglio essere schietti quindi: il restauro dei materiali di lusso è una vera e propria arte che, per essere padroneggiata, richiede un lunghissimo allenamento. Per esempio, solo pochissimi maestri resinatori sono in grado di sanare lastre di onice inserendo “toppe” quasi indistinguibili a prima vista. Saturare rotture passanti, ma non molto estese in larghezza, è più semplice. Tutti possono riuscirvi, a patto di conoscere le strategie presentate nel summenzionato articolo, del quale citiamo un passaggio davvero istruttivo: “prima che i materiali siano caricati sull’impianto, è necessario occludere le cavità, di modo che esse possano essere riempite dalla resina che sarà versata durante il fissaggio della rete in fibra vetrosa. In caso contrario, il composto filtrerebbe attraverso gli spazi vuoti fuoriuscendo dall’altra parte, e il tanto ricercato rinforzo non avrebbe luogo. In sintesi, perché il processo di retinatura coincida con una fattiva bonifica del marmo crepato, bisogna chiudere le falle dal lato che sarà resinato e lucidato. Per tamponare le spaccature si possono usare mastici semisolidi a presa rapida, o nastri isolanti, o entrambi, secondo il numero e la natura delle aperture e, fattore non secondario, in funzione del metodo che gli addetti trovano più comodo. Quale che sia il prodotto impiegato, l’intervento di otturazione delle fratture e dei fori va compiuto su lastre trattenute in verticale da un robot caricatore o da una pinza manovrata tramite una gru a bandiera”.