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Editoriale – Come eseguire il “ritocco” nella Resinatura dei materiali lapidei

Negli ultimi anni quasi tutti i costruttori di macchinari che propongono impianti di resinatura hanno imparato ad includere più banchi nell’area dedicata al rivestimento e al riempimento delle lastre, onde consentire l’effettuazione del “ritocco”, manovra che consiste nell’aggiungere nuova resina a quella già stesa sulla superficie dei materiali. Taluni, hanno anche preso a proporre, non senza una certa insistenza, i cosiddetti “impilatori” o “accumulatori”, dispositivi volti a stoccare dalle cinque alle dieci lastre tra due banchi, così da dilatare il tempo intercorso tra l’applicazione della prima mano di resina e l’esercizio del ritocco.

Quantunque tutti convengano sull’opportunità di suddividere la posa della resina in più passate, molto spesso le spiegazioni tecniche sul “perché” il ritocco sia necessario e, soprattutto, sul “come” esso vada eseguito, suonano approssimative o persino inesatte. Ciò è certamente dovuto a un vizio di conoscenza patito da diversi fabbricanti di macchine che, seppur privi di una reale esperienza pratica nel processo di restauro, rinforzo e abbellimento dei lapidei, non esitano a porsi nelle vesti di insegnante. Proviamo allora a fare chiarezza, sperando che i nostri suggerimenti offrano spunti di riflessione a quanti valutano l’opportunità di acquistare un impianto di resinatura.

Che nella stragrande maggioranza dei casi l’applicazione della resina debba constare di almeno due interventi, è pacifico. Tuttavia, non si può escludere che, in determinate circostanze, una sola pellicola di resina sia sufficiente a raggiungere gli obiettivi perseguiti. Esempi tipici in proposito sono l’abbellimento e l’impermeabilizzazione di lapidei piuttosto compatti e omogenei allo stato naturale. Inoltre, è essenziale capire che il ritocco non è necessario solo durante il trattamento della superficie, ma anche quando si affigge la rete in fibra vetrosa. Effettivamente, dopo aver fissato la rete di rinforzo al retro di una lastra, gli addetti dovrebbero sempre cercare le fessure rimaste, in tutto o in parte, aperte dietro al foglio di fibra vetrosa, e rimediare saturandole.

Ad ogni buon conto, il punto principale da tenere a mente, è che non si può affermare a priori quanti “ritocchi” debbano essere eseguiti, né quanti minuti debbano intercorrere tra la prima e la successiva o le successive applicazioni. Tutto dipende dal materiale, ossia dalla sua condizione meccanica (abbondanza e natura delle rotture e delle cavità), dalla sua composizione chimica (che determina la resistenza al calore e l’assorbimento) e dai suoi colori. La resina deve difatti essere scelta in funzione di questi fattori; e cioè gli addetti devono selezionare un composto che abbia le proprietà adatte (in termini di viscosità, reattività, carico di rottura allo stato solido, trasparenza) a risolvere i problemi peculiari della pietra che ci si propone di valorizzare. Variando la resina, varierà il metodo di posa, che sarà adattato alla resa per chilogrammo, alla capacità di penetrazione e alla reattività del prodotto.

Ancora una volta, invitiamo ad assimilare uno dei concetti espressi nell’editoriale intitolato “Criteri nella scelta di un impianto di resinatura”, ovverosia: “Chi valuta la possibilità di investire in una moderna Linea di Resinatura, deve anzitutto aver ben presente quali materiali dovrà trattare con maggiore intensità. Dalle condizioni delle lastre, intese come abbondanza ed entità dei difetti, dipenderanno l’estensione (numero di banchi) e l’equipaggiamento (eventuale inclusione di camere del vuoto, impilatori, sistemi automatici per il fissaggio delle reti in fibra di vetro e per la spruzzatura della resina) della “stazione di retinatura e resinatura”.